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"Io, che sono sempre stato lodatore e consigliere della pace, non voglio la pace con Marco Antonio. E perché non la voglio? Perché è turpe, perché è pericolosa, perché è impossibile. Il nome della pace è dolce, e la cosa stessa è salutare; ma tra la pace e la schiavitù c'è una grandissima differenza. La pace è la tranquilla libertà. La schiavitù è il peggiore di tutti i mali, da respingere non solo con la guerra, ma anche con la morte. Se vogliamo godere della pace, dobbiamo combattere.."
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Non è lo scopo dello Stato trasformare gli uomini da esseri razionali in bestie o automi, ma al contrario far sì che la loro mente e il loro corpo possano esercitare le loro funzioni in sicurezza e che essi usino la libera ragione. Quando diciamo che il miglior Stato è quello dove gli uomini trascorrono la vita in concordia, intendo la vita umana, che non si definisce con la sola circolazione del sangue, ma prevalentemente con la ragione [...]..."
Autore:
"Sono io, la Pace. Sono io che parlo. [...] Ciò che mi ferisce, ciò che è intollerabile, è che io sia respinta proprio dall'uomo. L'uomo! Quell'animale che la Natura ha creato apposta per la concordia, per l'amicizia! Guardate il suo corpo. Non è armato di zanne come il leone, non ha corna come il toro [...]. Lo ha fatto per l'abbraccio, non per il morso. Gli ha dato il riso, segno di gioia. Gli ha dato le lacrime, segno di misericordia. Gli ha dato la parola, il mezzo principale per stringere amicizie. Eppure, guardate cosa succede. Appena metto piede in questo mondo, vengo cacciata. Ho cercato rifugio nelle corti dei Principi. [...]"
Autore:
"In questi tempi in cui ogni giorno i giornali ci portano notizie di vittorie e di morti, c'è un dovere per chi non combatte al fronte: il dovere della verità e della giustizia. Vedo i miei colleghi poeti e scrittori che vomitano odio contro le altre nazioni. O amici, non questi toni! L'amore è più alto dell'odio, la comprensione più alta dell'ira, la pace più nobile della guerra. La guerra può distruggere le cattedrali, ma non deve distruggere il tempio invisibile dell'umanità che noi artisti abbiamo costruito in secoli di lavoro comune..."
Autore:
"Le nostre città, Hiroshima e Nagasaki, conoscono la realtà della guerra nucleare. Noi sappiamo che l'uso delle armi nucleari, intenzionale o accidentale, distruggerebbe in un istante tutto ciò che abbiamo costruito, amato e sperato. Le città non sono bersagli. Le città sono il luogo dove la gente vive, ama, lavora. Noi, sindaci delle città del mondo, chiediamo l'abolizione totale delle armi nucleari. Finché esisteranno queste armi, nessuna città sulla terra è al sicuro. Non possiamo costruire la sicurezza delle nazioni sulla minaccia dell'annientamento totale dell'umanità. Facciamo appello alla ragione e alla coscienza umana: Mai più Hiroshima. Mai più Nagasaki. La pace è l'unica strada per la sopravvivenza."
Autore:
"Tu mi chiedi, Novato, come si possa placare l'ira. E a ragione, perché non esiste passione più mostruosa, più distruttiva di questa. Osserva l'aspetto di un uomo in preda all'ira: gli occhi ardono, il volto è stravolto [...]. Sembra un pazzo, non un uomo. L'ira è tutta crudeltà. Desidera il dolore dell'altro, gode della sofferenza, è assetata di sangue. Guarda le rovine delle grandi città [...] non è stata la peste, non è stato il terremoto: è stata l'ira. Ma tu dici: 'L'ira è utile in guerra. Dà forza al soldato'. Falso. L'ira non è forza, è gonfiore..."
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"È scientificamente scorretto dire che abbiamo ereditato dai nostri antenati animali una tendenza a fare la guerra. La guerra è un'invenzione sociale, non biologica. È scientificamente scorretto dire che la guerra o qualsiasi altro comportamento violento è geneticamente programmato nella nostra natura umana. [...] È scientificamente scorretto dire che gli esseri umani hanno un 'cervello violento'. Come le nostre mani servono a costruire o a distruggere, così il nostro cervello. Concludiamo che la biologia non condanna l'umanità alla guerra. La stessa specie che ha inventato la guerra è capace di inventare la pace. La responsabilità spetta a ciascuno di noi."
Autore:
"Signori, se qualcuno, quattro secoli fa [...] avesse detto alla Lorena, alla Piccardia, alla Normandia, alla Bretagna, alla Borgogna: 'Verrà un giorno in cui non vi farete più la guerra! [...] Verrà un giorno in cui voi avrete, per regolare le vostre differenze, [...] non più il ferro, non più le spade, non più i cannoni, non più i briganti, ma avrete un pensiero comune, un interesse comune, un destino comune.' Ebbene, signori! Quello che è successo per le province, succederà per le nazioni! Verrà un giorno in cui voi - Francia, voi Russia, voi Italia, voi Inghilterra, voi Germania - voi tutte, nazioni del continente, senza perdere le vostre qualità distinte e la vostra gloriosa individualità, vi fonderete strettamente in un'unità superiore....."
Autore:
"I vostri primi doveri, primi non per tempo ma per importanza, sono verso l'Umanità. Voi avete doveri di cittadini, di figli, di sposi e di padri: ma ciò che fa sacri questi doveri è la missione, il dovere che la vostra natura d'uomini vi comanda. Quelli che v'insegnano morale, limitando la nozione dei vostri doveri alla famiglia o alla patria, v'insegnano l'egoismo più o meno largo, e vi conducono al male per voi e per gli altri. Patria e Famiglia sono come due cerchi segnati dentro un cerchio maggiore che li contiene; come due gradini d'una scala che non ha fine. Dovete amare l'Umanità. L'Umanità è una sola..."
Autore:
"Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull'Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi neri che erano stati bruciati sul fuoco dell'avida ingiustizia. Venne come un'alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività. Ma cento anni dopo, il nero ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del nero è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il nero ancora vive su un'isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il nero langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra..."
Autore: Prof. Ivan Dompé
Il corso di Comunicazione interna e Corporate Social Responsability si colloca nel percorso formativo come corso per l’acquisizione delle conoscenze e competenze avanzate del professionista della comunicazione in tema di gestione della comunicazione ai collaboratori e di responsabilità sociale d’impresa. Questi due temi e la loro gestione operativa sono diventati oggi imprescindibili nel portafoglio di conoscenze del professionista della comunicazione, anche per colui che si occupa solo di comunicazione esterna. È infatti sempre più difficile scindere interno da esterno e la comunicazione interna permette non solo di attivare un clima di voce e ingaggio dei dipendenti ma permette all’azienda di fare attività di branding esterne anche nell’ottica di attrarre nuovi talenti.
Autore:
“E pare, Menèsseno, che sotto molti punti di vista veramente sia bello morire in guerra. Infatti, anche se chi muore è un povero, gli tocca una bella e magnifica sepoltura, e se è un incapace, gli tocca comunque un elogio pronunciato da uomini sapienti che non parlano a braccia, ma che hanno preparato i discorsi da molto tempo; essi tessono le lodi tanto bene che, mentre dicono di ciascuno le qualità che ha e anche quelle che non ha ricamando con le parole più belle, incantano le nostre anime, elogiando in tutti i modi la città, i morti in guerra e i nostri progenitori tutti che ci hanno preceduti, e lodando noi che siamo ancora vivi; tanto che anch’io, Menèsseno, per le loro lodi mi sento veramente nobile e ogni volta mi ritrovo ad ascoltarli rapito, mentre ritengo all’istante di essere divenuto più grande, nobile, virtuoso.”
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